Cosa scatta nel nostro cervello durante i mondiali di calcio

Follia dell’istinto o purificazione comunitaria?

Ce lo spiega Piero Barbanti dell’IRCCS San Raffaele Pisana a poche ore dal match con la Costa Rica

Una follia dell’istinto o una purificazione comunitaria? C’è un po’ di tutto nell’emozione calcistica dell’unico evento al mondo che ogni 4 anni riesce ancora a catalizzare l’attenzione e gli entusiasmi di tutto il pianeta. In un mondo in cui gli abbracci sono sostituiti dalle faccette gaudenti di whatsapp e gli entusiasmi dai MI PIACE, i mondiali di calcio rappresentano uno degli ultimi grandi eventi emozionali di massa in grado di sintonizzare e sincronizzare le emozioni delle persone. Con il potere magico di farci “piangere ed abbracciare ancora”. Ma cosa avviene nella nostra testa? Cosa è che innesca tali meccanismi? Con il prof. Piero Barbanti, Responsabile del Centro per la diagnosi e la cura delle cefalee e del dolore dell’IRCCS San Raffaele Pisana, abbiamo provato a fare l’analisi grammaticale dell’impatto dei mondiali sul nostro cervello. «Il primo aspetto è l’attesa dell’evento» spiega il neurologo, «che vuol dire motivazione ed energia. Il sistema vegetativo, il nostro ministro degli interni, indirizza progressivamente la vita viscerale dal tram tram quotidiano verso l’inquietudine, tramite una attivazione simpatica adrenergica. Il risultato è una sensazione di maggiore di vitalità». «Poi c’è la partita, e dunque il senso del rischio. E’ questo l’elemento eccitante per il tifoso, non il conseguimento del risultato finale. E’ dimostrato che il “piacere per la ricompensa” (reward) è elevatissimo nelle condizioni di massimo rischio (cioè il soggetto non sa se vincerà o perderà) e minimo nelle condizioni estreme (quando sa di aver perso o di avere vinto)». E’ un meccanismo che coinvolge la dopamina e una serie di circuiti che vanno dalla corteccia cerebrale (area che solitamente fa da freno agli impulsi) a nuclei profondi come lo striato ventrale e l’accumbens. «Ma è indiscutibile che i mondiali costituiscono un’occasione irripetibile di socialità e felicità collettiva in un mondo in cui accostiamo ma non amalgamiamo con l’altro le nostre esperienze emotive». Il torneo più prestigioso del mondo è il pretesto che tutti aspettano per fermarsi, per stare in compagnia, per ritrovarsi, per abbuffarsi di manicaretti tra un calcio di rinvio ed un assist. Mentre si “soffre”, si gioisce, si esulta. Si ride, si scherza, si urla. E un po’ ci si stressa pure. Ma come sottolinea Barbanti «è una positiva ondata di stress». Nell’attesa che il 13 luglio il cielo sia di nuovo azzurro su Rio de Janeiro.

Roma, 20 giugno 2014

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