La perdita di un arto, aspetti fisici e psicologici


Abbiamo chiesto al Prof. Carlo Damiani, Responsabile dell'Unità Operativa di Riabilitazione Neuromotoria del San Raffaele Portuense, cosa vuol dire la perdita di un arto. 


Ecco la sua risposta:
La perdita di un arto rappresenta sempre un evento drammatico nella vita di un individuo e un cambiamento radicale sia delle proprie abitudini quotidiane che di quelle famigliari.
L’esperienza dell’amputazione causa modificazioni sia sotto il profilo fisico che sotto quello psicologico. Aspetto quest’ultimo assolutamente non trascurabile, poiché influisce in modo considerevole sul percorso riabilitativo e sul buon esito del programma terapeutico.
Spesso la condizione psicologica del paziente è peggiorata dalla percezione alterata del “Sé” che scaturisce dal contrasto tra un’immagine corporea interiore integra, precedente all’amputazione, rafforzata dalla presenza dell’arto fantasma, ed un’immagine esteriore acquisita, che il soggetto non riconosce e non accetta.
L’amputazione causa una forte crisi d’identità che coinvolge l’immagine del sé, colpendo le certezze più elementari; è vissuta come un momento fallimentare della terapia medica chirurgica, comporta un allontanamento dal nucleo familiare attraverso il ricovero in strutture sanitarie per periodi lunghi, e può essere intesa come “l’inizio della fine”.
E’ opportuno, invece, che l’individuo viva l’intervento di amputazione come uno sradicamento della fonte di dolore e di disabilità, e la conseguente protesizzazione come lo strumento per tornare alla normalità.
Da qui la necessità assoluta di un intervento riabilitativo multiprofessionale specifico che conosca profondamente le modalità psicofisiche che caratterizzano il paziente amputato, quale siano le possibilità reali di recupero e attraverso quali snodi operativi siano realizzabili.
Questo quadro così delineato riguarda l’amputazione conseguente ad una patologia cronica progressiva come per esempio l’arteriopatia diabetica e riguarda una popolazione ultrasessantacinquenne.

Il Professore, che ha seguito il piccolo Ebenezer nella sua esperienza al San Raffaele Portuense, ha fatto anche riferimento al problema nell'età dello sviluppo:
L’amputazione in età infantile è in genere causata da un evento traumatico, e si riferisce solitamente a “war zones”; nei paesi industrializzati, fanno seguito generalmente a patologie neoplastiche.
Altro elemento distintivo i due gruppi di età, oltre l’eziopatogenesi (ndr l'analisi delle cause e dello sviluppo di una malattia), è il timing del processo protesico che prevede, in un organismo in continua crescita, una continua realizzazione di protesi “provvisorie” a rincorrere lo sviluppo fisico fino alla maggiore età (consolidazione dei centri di ossificazione).
Nella terza età si giunge facilmente alla realizzazione di una protesi definitiva.

E a proposito del nostro piccolo paziente ha detto:
Ebenezer ha subito un'amputazione del III superiore di coscia a seguito di una gravissima malattia cutanea endemica nel Ghana, suo paese di origine.
Il nostro lavoro si è dovuto svolgere in appena 2 settimane e si è incentrato nel:

1. confezionare la protesi

2. addestrare il paziente nella sua gestione autonoma (indossare e togliere)

3. addestrare alla deambulazione con la protesi.

Abbiamo, inoltre, realizzato un filmato in cui venivano mostrate le principali attività da svolgere per gestire in autonomia la protesi, e questo per rendere consapevoli i tutori del suo orfanatrofio di cosa occorre fare per aiutare il piccolo paziente.
Ora Ebenezer è rientrato nel suo piccolo paese di Wawase e avrà bisogno di grande coraggio e sostegno per affrontare il suo percorso rieducativo.
Non è facile far capire ad un bambino che è normale aver dolore nei primi tempi in cui si indossa la protesi, né che occorre ristabilire un nuovo schema del passo con il nuovo arto.
Ebenezer vuole correre, saltare, e lui invece dovrà camminare piano e con controllo.

Vota questo contenuto