COVID-19 sotto la lente della Medicina di genere: aggiornamento sulle evidenze scientifiche

È stato redatto un documento, dai referenti degli IRCCS italiani componenti il tavolo tecnico sulla Medicina di Genere - COVID-19, coordinato dal Ministero della Salute, che ha l’obiettivo di essere una sintesi delle evidenze scientifiche aggiornate, disponibili sulla relazione tra l’infezione da SARS-CoV-2 e il genere. In rappresentanza dell’IRCCS San Raffaele Roma ha partecipato Giuseppe Rosano. Un lavoro che segue un approccio utile, con la Medicina di genere, per favorire la creazione di percorsi diagnostico-terapeutici personalizzati. Peraltro, dall’inizio della pandemia, le differenze in termini di prevalenza, manifestazioni cliniche, severità e mortalità tra i due sessi hanno suggerito un’influenza del genere nella patologia COVID-19.


Dal punto di vista epidemiologico, i dati aggiornati ad aprile 2021, riportano 136 milioni di casi di infezione da COVID-19 nel mondo con oltre 3 milioni di decessi. In Italia, all’inizio della pandemia i casi erano rappresentati in maggioranza da uomini, mentre successivamente si è stabilita una maggioranza di donne (52-54%). Nonostante la maggior prevalenza nel sesso femminile, la mortalità legata all’infezione è risultata maggiore negli uomini, i quali presentano un quadro clinico più severo e sviluppano più frequentemente complicanze quali l’insufficienza renale acuta. Il genere rappresenterebbe inoltre un fattore di rischio per lo sviluppo di sintomi a lungo termine da COVID-19.


Le donne hanno normalmente una ridotta suscettibilità alle infezioni virali e una maggiore risposta immunitaria ai vaccini rispetto agli uomini. Tuttavia – si legge nel documento – “i pochi dati disaggregati per sesso, disponibili ad oggi, riguardo i vaccini anti SARS-CoV-2 e sembrerebbero indicare una maggiore efficacia nel sesso maschile, seppur occorre considerare i limiti di questo tipo di analisi, in studi non disegnati per questo scopo”. Allo stato attuale, le reazioni avverse segnalate dopo somministrazione dei vaccini, hanno interessato prevalentemente le donne. Da quanto emerge, tra l’altro, nelle conclusioni del documento riguardo i farmaci impiegati nella terapia dell’infezione da SARS-CoV-2 (antivirali, corticosteroidi ed eparina e anticorpi monoclonali) “ad oggi, gli studi disponibili su efficacia e sicurezza di tali farmaci non prevedono la dimensione del genere come dato distinto nell’analisi statistica; allo stesso modo mancano studi che includano la fascia adolescenziale e le donne in stato di gravidanza”.


Ponendo l’attenzione su categorie particolari di pazienti, si evidenzia che: “Per quanto riguarda l'età pediatrica, ad oggi, non ci sono evidenze relativamente ai dati disaggregati per sesso. Un rischio più elevato di ospedalizzazione in terapia intensiva e una probabilità più elevata di andar incontro a taglio cesareo e parto pre termine è stato osservato nelle donne con gravidanze complicate da infezione SARS-CoV-2”. Inoltre non ci sono ancora raccomandazioni chiare sui vaccini COVID-19 in gravidanza e allattamento anche se recenti dati pubblicati mettono in luce l’opportunità di utilizzare i vaccini COVID-19 anche in donne in gravidanza. L’osservazione fatta sulle operatrici e sugli operatori della Sanità rileva, invece, in termini di genere, che secondo i dati pubblicati dall’INAIL, il 70% dei contagi professionali, in questa categoria, ha interessato le donne. Proprio le donne sono più vulnerabili e maggiormente esposte a sviluppare ansia, depressione, disturbi del sonno e stress correlati alla situazione pandemica. Di qui il suggerimento di “implementare strategie di supporto specialistiche mirate”.

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