News > “Doppia Vela 21, ricevuto”: i ragazzi del Reparto di Riabilitazione Pediatrica e delle Disabilità dello Sviluppo dell’IRCCS San Raffaele nel cuore operativo della Questura di Roma
Ci sono luoghi che quasi nessuno vede, eppure custodiscono il battito quotidiano di una città. Luoghi in cui le voci arrivano prima dei volti, in cui una chiamata può cambiare il corso di una giornata, in cui il tempo non scorre: corre. Uno di questi luoghi è la sala operativa della Questura di Roma.
“Doppia Vela 21, ricevuto”.
È da qui che si potrebbe cominciare. Da questa formula rapida, precisa, essenziale. Da questo linguaggio asciutto che sa di strada, di presenza, di responsabilità. Da queste parole che risuonano tra i monitor accesi, le mappe, le linee telefoniche, le urgenze che si intrecciano, le decisioni che devono essere immediate. È qui, nel cuore segreto e vigilante della città, che i ragazzi del reparto di Riabilitazione Pediatrica e Disabilità dello Sviluppo dell’IRCCS San Raffaele di Roma sono stati accolti dal Questore di Roma, Roberto Massucci, per una visita che ha avuto il sapore raro delle esperienze destinate a restare.
Per loro si sono aperte porte che di solito restano chiuse. Si è aperto, soprattutto, un mondo. Quello che sta dietro le quinte della sicurezza pubblica, quando la città chiama e qualcuno risponde. Quello che accade dentro una Questura anche mentre, fuori, si muovono le grandi operazioni di polizia, mentre Roma vive il suo traffico, le sue inquietudini, le sue attese, le sue fragilità, mentre, da qualche parte, una volante accelera, una voce chiede supporto, una centrale coordina, ascolta, decide. I ragazzi hanno visto ciò che normalmente si immagina soltanto, il fitto dialogo delle comunicazioni, il lampeggiare delle informazioni sui monitor, il disegno invisibile ma rigoroso di una macchina complessa che tiene insieme territorio, emergenza, presidio, intervento. Hanno ascoltato il suono vero della Questura, non quello solenne delle cerimonie, ma quello vivo e incessante del lavoro. Squilli, chiamate, codici, risposte. L’alfabeto concreto del servizio. Eppure, in quella trama di tecnologia, disciplina e prontezza, ciò che si è imposto più di ogni altra cosa è stato l’elemento umano. Perché ogni sala operativa, prima di essere una struttura, è una responsabilità. Prima di essere un sistema, è una comunità di donne e uomini chiamati ogni giorno a farsi carico delle difficoltà degli altri. Ed è probabilmente questo che i ragazzi hanno colto con più immediatezza, il volto delle istituzioni quando smette di essere astratto e si fa vicino, presente, reale. Ad accompagnarli in questa visita speciale sono stati Carlo Trivelli, Presidente del Gruppo San Raffaele, Amalia Allocca, Direttore sanitario aziendale, Federico Vigevano, Direttore del reparto, la Primaria Claudia Condoluci e parte dell’équipe. Insieme a loro, i ragazzi hanno attraversato ambienti, ascoltato spiegazioni, osservato movimenti, respirato l’intensità di un luogo che vive di attenzione continua. Fino a raggiungere quelle che Trivelli ha chiamato, con un’espressione felice e quasi romanzesca, “le stanze segrete del quinto piano”. Ed è proprio in quelle stanze, al riparo dal rumore del mondo ma dentro il suo stesso centro nervoso, che si è compiuto qualcosa di più di una visita. Si è compiuto un incontro.
“Abbiamo vissuto un momento che resterà nei ricordi di questi ragazzi per sempre”, ha dichiarato Trivelli ringraziando il Questore per l’invito. E dentro questa frase c’è molto più della soddisfazione per una giornata ben riuscita, c’è il valore di un’esperienza che si deposita nella memoria non come eccezione, ma come “scoperta che le istituzioni possono essere attraversate, comprese, sentite. Che possono aprirsi non solo per mostrare cosa fanno, ma per dire, con i fatti, che nessuno è estraneo al loro orizzonte di cura e attenzione” ha sottolineato il Presidente del San Raffaele.
Le parole del Questore di Roma hanno dato a questo momento una profondità ulteriore, quasi una restituzione morale del senso dell’incontro: “per me è una grande gioia, sono io che dico grazie a voi. Il vostro esempio, il vostro insegnamento, è un regalo per tutti noi. Incontrare e sostenere le difficoltà è un dovere. In tutto questo, la Polizia di Stato c’è e ci sarà”. C’è, in queste parole, qualcosa che supera la cornice dell’evento. C’è un’idea esigente e limpida di istituzione, non semplice apparato, ma presenza; non solo autorità, ma prossimità, non soltanto organizzazione, ma responsabilità verso la parte più delicata della società. E c’è, insieme, il riconoscimento di ciò che questi ragazzi rappresentano, non destinatari passivi di attenzione, ma portatori di uno sguardo capace di insegnare, di interrogare, persino di restituire senso.